Nonostante la perdita dei ricordi non sia un destino inevitabile dell´invecchiamento, gli anziani hanno concezioni fatalistiche della dimenticanza e una visione pessimistica delle proprie capacità mnestiche, talvolta in associazione con una opposta sovrastima della possibilità di ricordare informazioni specifiche.
Ma è possibile contrastare i segni del tempo sulla nostra memoria? Esistono dei modi per riattivare le abilità mnestiche nell´anziano? A leggere quotidiani e riviste la possibilità di dare una risposta positiva a queste domande sembra dipendere da quelli che vengono chiamati fattori di protezione come la dieta, l´attività fisica, l´esercizio mentale e tutto quello che rientra nella definizione di “invecchiamento attivo”.
Ma il mantenersi attivi, il continuare ad esercitarsi è una condizione necessaria e sufficiente per assicurare un adeguato stato funzionale alla nostra mente? Se consideriamo la mente come un muscolo, l´esercizio può portare indubbiamente a dei benefici. Se, invece, consideriamo la mente come un sistema complesso in cui gli aspetti cognitivi ed emotivi interagiscono continuamente tra loro, allora bisognerà pensare a delle attività che si basano su una valutazione di come cognizione ed emozioni influenzino l´invecchiamento, per rispondere in modo adeguato alle preoccupazione della persona che invecchia e che vive i fallimenti della propria memoria come un indice di sviluppo di una patologia neurodegenerativa.
Nei primi studi di potenziamento della memoria, negli anni Settanta, gli interventi si basavano sull´insegnamento di strategie di memoria, chiamate mnemotecniche (vedi disegno, ndr), principalmente nel contesto di compiti di memoria episodica, sistema altamente danneggiato nell´invecchiamento. L´obiettivo degli interventi, generalmente molto brevi (da tre a sei sessioni), era di dimostrare che gli anziani potevano apprendere o ri-apprendere ad usare queste tecniche, migliorando la loro prestazione di memoria. (…) Il confronto fra la prestazione prima dell´intervento (pre-test) con quella dopo l´intervento (post-test) ha evidenziato un incremento nella prestazione degli anziani del gruppo sperimentale (quello sottoposto al training), mentre nessun miglioramento per quelli del gruppo di controllo (…).
Recentemente mettendo a confronto giovani studenti con anziani si è visto che, nonostante i due gruppi partissero da prestazioni differenti a favore dei giovani, il vantaggio era indipendente dall´età: giovani ed anziani traevano lo stesso beneficio dall´applicazione della strategia delle immagini mentali. (…). Se tutti gli studiosi di invecchiamento concordano sull´efficacia degli interventi di ri-attivazione cognitiva negli anziani, non è ancora chiaro come garantire che tale beneficio si mantenga nel tempo. È stato infatti dimostrato che gli anziani, dopo la fine del training, tendono a non utilizzare quanto appreso nel contesto della vita quotidiana, perdendo quindi i benefici ottenuti subito dopo l´intervento.(…)
Proprio partendo da queste riflessioni, da anni ci siamo preoccupati di sviluppare interventi di potenziamento della memoria che agiscano su aspetti sia cognitivi (insegnamento di strategie, di mnemotecniche) che emotivo-motivazionali (conoscenze metacognitive, auto-efficacia, benessere). In quest´ottica abbiamo potuto vedere benefici nelle prestazioni cognitive, nelle credenze e nell´autoefficacia percepita che si sono protratte nel tempo. (…) Per concludere, gli studi sui training di memoria dimostrano che il proverbio inglese “You can´t teach an old dog new tricks” (“non è possibile insegnare nuovi trucchi a vecchi cani”) non fotografa correttamente le potenzialità della mente che invecchia. La psicologia ha infatti dimostrato che interventi di potenziamento cognitivo permettono di far apprendere nuovi trucchi a qualsiasi età, anche se dipende “da cosa” e “come” questo viene insegnato.