Nel gennaio 2011 il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, firmava il “National Alzheimer Project Act”, meglio noto come NAPA, ovvero un piano nazionale con cui il paese si impegnava a trovare una cura in grado di trattare e prevenire il morbo di Alzheimer entro il 2025. In questi giorni, dopo un anno di consultazioni e studi, la bozza finale del piano in questione arriverà sulla scrivania del Segretario alla Salute Kathleen Sebelius. Il progetto è ambizioso, ma Ron Petersen, direttore di un centro studi sull’Alzheimer e presidente del comitato di ricerca del NAPA, si dice fiducioso visti gli enormi passi avanti che la ricerca ha fatto negli ultimi 5 anni. Gli studiosi hanno identificato i geni associati alla malattia e hanno oggiAggiungi un appuntamento per oggi un’idea più precisa di quando essa abbia inizio (vale a dire circa 10 o 15 anni prima della manifestazione dei s intomi). Sono stati anche scoperti i biomarcatori dell’Alzheimer che permettono di diagnosticarlo con sicurezza, laddove fino a poco tempo fa l’unico modo di identificarlo con certezza era tramite un’autopsia dopo il decesso del paziente. Infine gli studi hanno mostrato come i fattori di rischio principali siano certe placche che si formano a livello cerebrale e che distruggerebbero le cellule nervose. Viste queste ottime premesse dunque, secondo Petersen il momento dell’identificazione di una medicina che riesca per lo meno a rallentare il decorso di questa malattia non può più essere molto lontano.
Se da una parte dunque il governo dovrà fare carte false per sostenere la ricerca in un momento di recessione come questo, dall’altra parte la “lotta all’Alzheimer” promossa dagli USA prevederà anche un’estesa campagna d’informazione sulla malattia. E gli effetti di tutto questo incominciano ad emergere. Diversamente da quanto succedeva negli anni ’80, quando i personaggi noti che soffrivano di Alzheimer sparivano dalla scena e si ritiravano in una sorta di “isolamento della vergogna” (si pensi al presidente Ronald Reagan), ora la cantante Glen Campbell e l’allenatrice di un’importante squadra di pallacanestro femminile hanno ammesso pubblicamente di esserne affetti, ma allo stesso tempo di voler continuare a lavorare fino a che la malattia glielo permetterà.
25 gennaio 2012
Gli Stati Uniti dichiarano guerra all’Alzheimer
23 gennaio 2012
ANZIANI. L’Anap denuncia: abusi sempre più frequenti
Dopo il caso di Sanremo: troope case fuori da ogni monitoraggio
Dopo l’episodio degli arresti per maltrattamento, alla Casa di riposo “Borea e Massa” di Sanremo, non sarebbe inutile intraprendere una campagna di controlli e verifiche da parte delle Forze dell’Ordine per verificare con maggiore accuratezza le condizioni in cui vivono centinaia di anziani in case di riposo spesso lontane da ogni monitoraggio». È quanto afferma Giampaolo Palazzi, presidente dell’Anap, l’Associazione nazionale anziani e pensionati di Confartigianato, commentando l’operazione della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto di sei operatori socio sanitari accusati di “maltrattamento” verso gli ospiti della casa di riposo ligure.
«I volontari delle nostre sedi provinciali – prosegue il presidente Palazzi – si recano spesso a visitare le case di riposo e le strutture di accoglienza dei loro rispettivi territori, denunciando, quando presenti, situazioni di disagio. Lo scorso ottobre, di concerto con la Fédération Internationale des Associations de Personnes Agées (Fiapa), l’Anap ha organizzato un convegno sul tema dei maltrattamenti finanziari e fisici delle persone anziane. I dati che abbiamo discusso parlano di circa 37 milioni di anziani in Europa vittime di maltrattamenti. Di essi, 29 milioni sono oggetto di abusi fisici, 6 milioni di abusi finanziari, 1 milione di abusi sessuali, 2500 muoiono per mano dei familiari. L’episodio dei maltrattamenti alla Casa di riposo “Borea e Massa” di Sanremo non è che l’ennesimo esempio di quanto poco vengano tenuti in conto gli anziani: sono frequentemente considerati solo un peso da smaltire o al massimo un mezzo con cui fare denaro, piuttosto che un bagaglio di esperienza da custodire».
L’Associazione nazionale anziani e pensionati (Anap), costituita nel 1973 all’interno della Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato (Confartigianato) quale libera organizzazione di categoria, senza finalità di lucro, rappresenta, tutela e difende gli anziani ed i pensionati. L’Anap è presente con propri gruppi organizzati su tutto il territorio nazionale, con le sue sedi provinciali e regionali, e conta oggi oltre 230.000 soci.
14 gennaio 2012
Compleanno numero 54: scatta l’età della vecchiaia
Dati shock da uno studio del ministero del Lavoro inglese che anticipa il traguardo della terza età. I geriatri: “E’ falso, si è giovani fino a 75 anni”. Gli esperti dicono che, se c’è la voglia di fare, è solo una questione di anagrafe
di MARIA NOVELLA DE LUCA
SESSANTA, settanta, ottanta? Prima, dopo, mai? Addirittura a 54 anni, come a sorpresa rivela una ricerca inglese? O quando invece ce lo dicono le ossa, il cuore, la stanchezza, o magari la voglia di vivere che s’appanna? Definire oggi che cosa è e quando incomincia la vecchiaia è un quesito davvero sfuggente, e non a caso si parla, sempre più spesso, di età libera. E dunque fa una certa impressione sapere che qualche migliaio di giovani inglesi sotto i 25 anni, intervistati dall’istituto di statistica e dal ministero del Lavoro britannico, ritenga che la vecchiaia inizi a 54 anni, e che la giovinezza finisca a 32, come riportava ieri, ampiamente, il “Daily mail”. Un bel capitombolo all’indietro, se si pensa, come sottolinea Niccolò Marchionni, ordinario di Geriatria all’università di Firenze, “che l’inizio della terza età viene ancora convenzionalmente fissato a 65 anni, ma in realtà oggi si diventa vecchi in quel decennio che precede, in media, la fine della vita, è cioè oltre i 75 anni”.
Perché tutto si mescola, tutto si confonde, le soglie della demografia sono dinamiche, liquide, come mai prima d’ora. L’età matura si allunga, è sempre più sana, in forma, sessualmente attiva (elemento considerato fondamentale per il benessere psico-fisico) mentre la vecchiaia si dilata, sconfinando ben oltre gli ottanta anni. “Ma nella mia esperienza – aggiunge Marchionni – a fronte di una popolazione anziana vivace ed attiva, ma anche colpita in modo massiccio
dalle malattie degenerative, ho visto che la vecchiaia inizia quando scompare la voglia di fare. Quando declina l’interesse per gli altri e per il mondo. Quando la depressione, che è purtroppo una fedele compagna dell’ultima parte della vita, diventa incurabile e prende il sopravvento. E qui sono fondamentali le reti d’aiuto: la famiglia, gli interessi, gli amici”.
Se però, così dimostrano le statistiche, si vive in media 84 anni per le donne e 79 anni per gli uomini, come mai un venticinquenne “percepisce” come vecchia una persona di “soli” 54 anni e anzi a 32 anni si considera già non più “young”, anche se con il salire dell’età degli intervistati la media arriva ai 59 anni? C’è qualcosa che non torna, o che forse deve far riflettere, visto che il mondo occidentale è pieno di donne che diventano mamme a 40 anni (e la maternità è simbolicamente immagine di giovinezza), ed è pieno di ultrasessantacinquenni saldamente produttivi nel mercato del lavoro. Per Alessandro Rosina, demografo dell’università Cattolica di Milano, però il teorema è semplice. “Un giovane percepisce come vecchio chi è generazionalmente lontano da lui. E ai nativi digitali, abituati a cambiamenti velocissimi, a possedere strumenti che mutano in continuazione ma diventano obsoleti con altrettanta rapidità, gli adulti digiuni di quei linguaggi sembrano abissalmente lontani. E dunque vecchi”. Un elemento in più che spiega quanto è ormai impossibile codificare un tempo, se si pensa poi, come ricorda con leggerezza Niccolò Marchionni, “che ogni epoca ha la sua terza età, erano i 40 anni per gli antichi romani, e infatti quella era la soglia per poter essere nominati senatori, mentre nell’impero austroungarico di Francesco Giuseppe, la vecchiaia arrivava a 65 anni, età di pensionamento degli ufficiali… “.
Essere anziani è sempre più una condizione mutevole. “Moltissimo dipende dallo stile di vita, dalle cure a cui si può accedere, dagli interessi che restano vivi – aggiunge Rosina – e infatti si è visto che i laureati vivono in media sette anni in più di chi possiede soltanto il diploma di scuola superiore. Numeri che in realtà dimostrano quanto avere passioni e impegni sia un vero e proprio salvavita”. Ma doppiati i 65, 70 anni, che sempre più coincideranno con l’uscita dal lavoro, la vita, ricorda il sociologo Domenico De Masi, “è davvero tutta da riscrivere”. Nella prospettiva di un buon quindicennio di esistenza da riempire, impegnare, rendere fertile.
“Credo che per la salvaguardia del nostro futuro bisognerà abolire l’età della pensione uguale per tutti. Perché pensione, nel linguaggio comune, viene inteso come vecchiaia. Ma c’è chi a 65 anni vuole soltanto ritirasi a vita privata, riposarsi, fare altro, e c’è chi, come il mio amico Oscar Niemeyer a 105 anni ancora progetta… “. Del resto la definizione di vecchiaia è arbitraria come quella di giovinezza. “Nell’era pre-industriale un maschio era considerato adulto a 15 anni – spiega De Masi – e a 50 era anziano, ma visto come una risorsa dalla comunità per la sua saggezza ed esperienza. È la fabbrica che inventa l’età della pensione, perché superata una certa età si veniva ritenuti non più produttivi come operai… Non c’è un’ora “X” in cui si diventa vecchi – conclude De Masi – ad un certo punto accade, ma è diverso per tutti, e l’età, a volte, è soltanto una questione di anagrafe”.
(14 gennaio 2012)