pantera grigia

17 febbraio 2012

IL WELFARE IN TEMPO DI CRISI

Filed under: riflessioni — panteragrigia @ 8:32 pm

da “il Bene Comune” febbraio 2012

Il Welfare State è il sistema sociale il cui protagonista è lo Stato il quale si fa carico delle esigenze della comunità e, conseguentemente si impegna a garantire un livello minimo di reddito e l’accesso a servizi ritenuti essenziali a tutti i cittadini. Mediante le sue istituzioni, pubbliche e private, il Welfare State svolge due funzioni essenziali: garantire a tutti i cittadini le risorse necessarie per un’esistenza dignitosa (funzione assistenziale), fornire protezione contro i grandi rischi dell’arco vitale (ignoranza, malattia, vecchiaia e disoccupazione), a fronte dei quali le capacità individuali e il modo di funzionare del mercato sono limitate (funzione assicurativa).
I mutamenti demografici determinati dall’aumento dell’attesa di vita e dal calo dei tassi di fecondità hanno influenzato fortemente la disponibilità finanziaria e il disegno istituzionale dello Stato sociale. Inoltre la mobilità di merci, capitale e lavoro (la cosiddetta globalizzazione) da un lato aumenta la domanda di assicurazione da parte degli individui potenzialmente esposti, provoca maggiore competizione e offre la possibilità di sostituzione di forza lavoro che gode di minori protezioni, dall’altro limita la capacità dei singoli Paesi di disegnare in modo indipendente i propri strumenti di intervento in ambito sociale ed erode la base imponibile necessaria per finanziare la redistribuzione.
La crisi dello Stato-nazione e la rivincita del mercato hanno reso vana la promessa di garantire autonomia ed eguaglianza dei diritti: la crisi del welfare moderno certifica l’incapacità dello Stato di assicurare quelle protezioni, la cui graduale e crescente estensione nel periodo della prima Repubblica aveva contrassegnato le fasi di un processo che era avanzato di pari passo con lo sviluppo dello Stato da una parte e con le esigenze della democrazia dall’altra.
Certamente è dovuto agli effetti della globalizzazione, ma questa non è “un destino”, e una politica sociale che tenga conto delle diversità dovrebbe assumere dimensioni mondiali e ugualmente globalizzate.
Ogni crisi economica è innanzitutto crisi culturale, valoriale, democratica ed etica. L’economia è sempre lo specchio di come una società si pone nei confronti delle persone e dei loro bisogni, attese e diritti, dal lavoro alla relazionalità, dal progresso all’assistenza, dal singolo alla collettività. Ma crisi è anche smascheramento, cioè fine dell’inganno, dalla bolla inflazionistica alle cose dette e non fatte: anziani soli, poveri ed anche poco assistiti, asili nidi sempre con meno personale, malati cronici il cui peso ricade tutto sulla famiglia ecc….
Sono quindi le scelte politiche, e quindi anche collettive, che hanno prodotto la crisi e la caduta delle risorse finanziarie ne è stata solo la prevedibile conseguenza. E le crisi economiche, come è a tutti noto, colpiscono maggiormente i soggetti deboli: disoccupati, poveri, persone non autosufficienti, anziani di ogni tipo.
In questo contesto, l’ex governo Berlusconi, con la scusa della crisi economica, è andato a colpire dove esisteva quel poco di presidi, di strutture e di servizi che garantiscono quel minimo di welfare pubblico che ancora abbiamo: gli enti locali. I tagli sono stati devastanti, drammatici. Senza soldi molti interventi (pensiamo a quelli di natura specialistica o che necessitano di strutture particolari) non si fanno, nemmeno con il volontariato. E gli enti locali sono stati costretti a tagliare. In tre anni hanno i fondi statali del settore si sono ridotti dell’80%. Il fondo per le politiche sociali è sceso dai 929 milioni del 2008 a 273 milioni, le risorse per la famiglia sono passate da 346 milioni a 51, quelle per le politiche giovanili da 137 milioni a 12, mentre il fondo per l’affitto da 205 milioni è stato progressivamente ridotto fino ai 32 milioni del 2011. I finanziamenti per l’infanzia, l’inclusione degli immigrati e, soprattutto, per la non autosufficienza sono stati addirittura azzerati. Complessivamente, la spesa statale sociale è scesa da 2,5 miliardi a poco più di 500 milioni all’anno. Un taglio di questo genere è stato un vero e proprio massacro.
E secondo il Forum del Terzo Settore per il 2012 si deve prevedere una ulteriore riduzione della spesa tra il 12,7 ed il 13,5%.
In tale situazione il contenimento delle diseguaglianze, o almeno dei loro più gravi effetti discriminatori sulla vita delle persone e delle famiglie, provoca una forte tensione fra l’assunzione di una logica universalistica e i sempre più rigorosi vincoli di bilancio, che porterebbero a introdurre un’ulteriore selezione sul criterio della situazione economica del beneficiario.
Si sostiene, infatti, che la scala dell’intervento pubblico deve essere ridotta e indirizzata su interventi selettivi, ossia destinati solo a una parte della popolazione: unicamente agli individui il cui reddito o ricchezza siano sotto a una certa soglia può essere garantito il servizio o il trasferimento pubblico.
“Il welfare è un orgoglio dell’Europa, una conquista ed è convinzione diffusa che l’Europa non debba rinunciare al suo modello di welfare”: ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, nella conferenza stampa di fine anno. “Dopo la grande crisi finanziaria – ha proseguito – gli Stati Uniti e la Cina, cioè due paesi che avevano preso molto le distanze dal welfare, lo stanno riconsiderando cercando un sistema pubblico più nutrito per quanto riguarda la sanità in Usa e le pensioni in Cina”. “E’ vero – ha aggiunto Monti – che l’Ue non sarà in grado di mantenere sostenibili i sistemi di welfare estremamente generosi che si era fabbricata durante anni di crescita economica più sostenuta: la grande sfida è diventare più competitivi per non inaridire il prodotto e il reddito e riformare i sistemi di welfare affinché diventino meno costosi, più equi e più efficienti.”
Ma per attuare questo il governo Monti deve aver chiaro che le priorità per lo Stato sono due: oltre la messa in sicurezza dei conti dello Stato vi è il miglioramento delle condizioni di vita per tutte quelle persone e famiglie che hanno pagato fin qui, ingiustamente, il prezzo della crisi. Per centrare entrambi gli obiettivi si deve agire in modo incisivo sull’evasione fiscale, tassare maggiormente i patrimoni mobiliari e immobiliari, tagliare le spese militari, ridurre i costi della politica. Una parte delle risorse così reperite può consentire una riforma del Welfare attesa da tempo, permettendo il varo dei livelli essenziali delle prestazioni e del reddito minimo di inserimento e l’istituzione di un fondo e di misure adeguate per la non autosufficienza e per ammortizzatori sociali efficaci a beneficio di tutti coloro che perdono il lavoro. In questo modo si sosterrà la domanda e si aiuteranno larghi strati della popolazione. Finalità che non potrebbero essere raggiunte con la legge delega sulla riforma fiscale e assistenziale voluta dal precedente Governo, che deve essere radicalmente modificata.
Secondo La campagna “I diritti alzano la voce “, promossa da 24 organizzazioni del volontariato e del terzo settore italiani, bisogna che il governo Monti velocemente:
• definisca i livelli essenziali delle prestazioni sociali, che determinano i diritti esigibili e dunque i servizi che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale;
• aumenti la dotazione dei fondi nazionali per le politiche sociali; introdurre il Reddito minimo di inserimento (2 miliardi di euro);
• stanzi un miliardo di euro per l’avvio di almeno 3.000 asili nido nel 2012;
• istituisca un fondo di 800 milioni di euro per garantire un’indennità di disoccupazione ai lavoratori precari;
• preveda uno stanziamento di 200 milioni per il sostegno sociale all’affitto per i meno abbienti e di 300 milioni aggiuntivi per il canone agevolato;
• elevi dai 113 milioni di euro del 2011 (erano 266 nel 2008) a 300 milioni lo stanziamento per il servizio civile, permettendo così a 50mila giovani di poter fare quest’esperienza.
Queste e altre proposte si possono finanziare attraverso una tassa patrimoniale, una revisione della tassazione sulle rendite finanziarie, il ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan, la rinuncia al programma di produzione di 131 cacciabombardieri F35 (si libererebbero 583 milioni subito, per il 2012), la chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione (113 milioni da destinare all’integrazione dei migranti), la revisione delle convenzioni con le strutture sanitarie private.
Questa crisi può essere un’occasione straordinaria per rivedere i nostri modelli economici e culturali e modificare gli stili di vita, mettendo finalmente da parte le teorie che hanno causato il disastro in cui siamo oggi. Le forze sociali ed economiche devono unirsi in questa azione di cambiamento, fondata sulla riconversione ecologica dell’economia, i beni comuni materiali e immateriali, le pratiche innovative di rigenerazione urbana, che rilancerebbe l’economia e produrrebbe più benessere per tutti.

Mino Dentizzi

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