ROMA – Non chiedetele di star ferma a rimirar le stelle. Si rifiuta. “Ho quasi novant’anni ma sono lucida, pronta di riflessi e con la mia Panda sono sempre andata in giro senza creare problemi. Eppure adesso non sono riuscita neppure a fare la visita per il rinnovo della patente. Un medico si è rifiutato di vedermi con la motivazione che ho più di 85 anni. Così non si fa: ha leso un mio diritto, ha violato la costituzione. È un abuso, una discriminazione in base all’età”.
L’astrofisica Margherita Hack, 90 anni a giugno, è un fiume in piena. Lei, che una volta amava pigiare sull’acceleratore ma ora rispetta i limiti di legge, non ci sta infatti ad essere bocciata senza visita. “Doveva ricevermi e poi decidere. Fino a quando non ci sarà in Italia una legge che vieta di guidare oltre gli 80 anni, non ci si può rifiutare”.
E come lei probabilmente la pensano gli oltre ottocentomila ultraottantenni che sulla carta hanno ancora la patente, e che ogni due anni devono sottoporsi ad un esame per vedere se sono in grado di continuare a guidare. E la pensa anche quel seguace di twitter che ha commentato la notizia scrivendo: “Negato il rinnovo della patente a Margherita Hack perché anziana. Ma in confronto all’Universo è una ragazzina”.
Ma se la scienziata è pronta alla battaglia per questione di principio, il medico sott’accusa non ci sta a passare per uno che non rispetta la Costituzione, anzi. La situazione, parola del professor
Giuseppe Caragliu, è molto più complessa tra leggi fatte e abolite, commissioni create e dismesse che invece, dice convinto, andrebbero ripristinate per il bene di tutti.
“Se ho rifiutato di vedere la Hack è solo una questione etica e per non farle perdere tempo. Io sono convinto che a quell’età l’equilibrio psicofisico sia molto instabile, magari oggi uno sta benissimo ma fra un anno non è più in grado di andare in autostrada e io non me la sento di avere sulla coscienza incidenti e feriti”. Il problema, spiega Caragliu, è che nel 2010 era stato emanato un decreto che accorciava i tempi della validità delle patenti per gli ultrasettantenni e soprattutto obbligava chi aveva superato gli 80 a farsi vedere non da un medico solo ma da un comitato di sanitari che doveva chiedere esami e visite approfondite.
Tutto questo ora non c’è più. A febbraio di quest’anno all’interno delle semplificazioni volute dal governo Monti, è stato cancellato l’obbligo di passare per la commissione sanitaria tornando anche per gli ultra pensionati alla semplice visita medica. “E la differenza è sostanziale: perché io come medico devo dare autorizzazioni per due anni mentre le commissioni possono dare il via libera alla guida per un mese, sei mesi”.
Possono insomma dare il permesso di guidare a tempo più determinato, con la possibilità di verifiche ravvicinate sullo stato di salute dell’automobilista “con maggiore sicurezza per tutti. Per questo bisognerebbe reintrodurre la commissione oppure consentire anche ai medici monocratici di dare permessi a tempo. A questi patti visiterei in buona fede e serenità chiunque, anche a 100 anni”.
In effetti, raccontano i dati raccolti dalla Fondazione Ania per la sicurezza stradale, la categoria per età dei conducenti più a rischio è proprio quella dai 75 in su: le vittime al volante in questa fascia rappresentano l’11 per cento del totale. Sono 314 l’anno, quasi uno al giorno, quelli morti mentre guidavano su un totale di 4.090 vittime di incidenti stradali.
E così alla Fondazione passano alle proposte concrete convinti che, se sono presenti tutti i requisiti psicofisici, è giusto che la patente venga rinnovata a prescindere dall’età, e soprattutto consci del fatto che gli over 65 rappresentano circa il 25% della popolazione. “Per chi ha superato gli 80 anni chiediamo venga reintrodotto l’obbligo di presentare un certificato di anamnesi che racconta tutta la storia clinica del paziente, con cui il medico curante attesta che le condizioni sono idonee a condurre un’automobile”.
5 aprile 2012
Margherita Hack: “Ho 90 anni, ma posso ancora guidare”
10 febbraio 2012
Polonia: nasce Barboki, la compagnia di ballo senior
(Centro Maderna)
Sette pensionate di Kopalnia, un paese nel sud della Polonia, accomunate dalla passione per la danza e con tanta voglia di esibirsi, si sono riunite per formare Barboki, una compagnia di ballo formata da sole donne over-60, che, con tanto di tutù e scarpette (che si fanno fare su misura perché spesso non trovano delle loro taglie), si esibiscono regolarmente in sale da ballo e persino in televisione.
Tutto è cominciato quasi per scherzo tre anni fa, quando il gruppo ha messo in scena il Lago dei Cigni di Tchaikovsky in occasione della festa del paese. Da allora, sotto la direzione di una coreografa, il gruppo si riunisce una volta la settimana in una vera sala da ballo messa a loro disposizione dal municipio del paese. “Imparare a ballare quando si ha sessanta o settant’anni, è una vera sfida”, ha commentato la coreografa Karolina Slowick “ma sono tutte molto motivate e disciplinate. Certamente alcune di loro prima o poi si fermeranno, non riuscendo più ad affrontare certi movimenti, ma grazie al successo della compagnia, altri candidati sono già pronti ad unirsi a noi.”
(News del 20 /01/2012)
6 novembre 2011
L’ ospizio che fa fumare marijuana ai pazienti
La storia: Ariela prendeva 14 pillole al giorno contro la demenza senile, è passata agli spinelli. I medici: ha ripreso a parlare. Lei: così sto bene Controlli
KIBBUTZ NAAN (Israele) – Ariela urlava sempre. Non faceva che urlare. Si svegliava urlando e urlando s’ addormentava, se s’ addormentava, com’ è per la demenza senile. Settantasei anni cancellati. Mai una parola. Solo urla: «I familiari, noi infermieri, una fatica. E per lei una sofferenza. Si sgolava, si scarnificava. Le davamo 14 pillole al giorno: antipsicotici, antidepressivi, antidolorifici, antitutto…». Alla mezza, Ariela entra nella fumeria su una carrozzella, occhi al soffitto. La seconda dose è già sminuzzata in una scatoletta. Zero cinque grammi di cannabis. La fiammella s’ accende, il fumo va in un sacchetto di plastica. Ariela ci si tuffa, naso e bocca. Inspira. Prima ansimando, poi lentamente. Servono minuti: i muscoli del viso si distendono, s’ aprono i pugni. «Non sapevamo niente di lei. Ora dice qualcosa in francese. L’ altro giorno è uscito un ricordo di cose che leggeva». Ariela non urla più. Gli occhi suoi guardano negli occhi nostri. La bocca si muove in un mezzo sorriso: «Sì, così sto bene!…». Li curano con le canne. Nel cuore d’ Israele. Nel mezzo di 650 ettari coltivati e d’ un kibbutz, il Naan, famoso tra gli agronomi per un suo sistema d’ irrigazione. Da dieci mesi, qui si sperimenta un nuovo modo d’ assistere gli anziani «problematici». Parkinson, Alzheimer avanzati. Tutti i dementi che di solito campano a cocktail di farmaci, sorvegliati senza sosta, talvolta legati, comunque persi nei loro labirinti di tremiti, di grida, di smemoratezza. Il primo ospizio al mondo che somministra marijuana. Origine controllata del tipo «Erez», foglia grande. Trentasei pazienti. Tre volte al giorno. Un protocollo autorizzato da governo e famiglie: «Cercavamo una via per dare qualità alla fine della vita – dice la geriatra Inbal Sikorin -. Sapevamo come farli sopravvivere, non come farli vivere in modo dignitoso. La morfina, i farmaci danno sempre un sacco di problemi: vomito, costipazioni, spesso peggiorano il quadro complessivo. Non credevamo che un semplice spinello li cambiasse in questo modo». Vecchietti e bambini, malati terminali e agonie interminabili. In Israele, l’ uso medico della cannabis lo studiano dal ‘ 64. Ora è prassi. C’ è un elenco di malattie per le quali il ministero autorizza la prescrizione. E in alcuni ospedali, da Tel Hashomer all’ Hadassah, mescolata nei lecca-lecca o nei biscottini della merenda, la marijuana viene testata anche su un campione di 480 piccoli malati di cancro, dai 2 ai 12 anni: «La usiamo sui bambini per ridurre gli effetti della chemioterapia, i conati, la perdita di capelli – spiega il professor Raphael Meshulam della Hebrew University -. Finora ricorrevamo soprattutto all’ olio di cannabis, sotto la lingua del paziente. Ma in categorie particolari, giovanissimi e anziani, è più efficace farla mangiare o fumare». L’ erba ai pazienti in erba: e il rischio d’ assuefazione? «La sperimento su di loro da tempo, non ho mai avuto nessuna controindicazione. L’ unico problema è vincere lo scetticismo e il pregiudizio». La cannabis non guarisce. Lenisce. E la sperimentazione non è senza rete. La società che rifornisce gli ospedali si chiama Tikun Olam, «l’ aggiustamondo»: serra in Galilea, spaccio in una farmacia di Tel Aviv, dov’ è sempre fila di clienti. Non mancano i controlli: «Ogni tanto i poliziotti si fingono pazienti – racconta Tuby Zolotov -, perché la «maria» la vendiamo per molti usi, dalla cosmesi alla cura dell’ osteoporosi, ma è pur sempre droga…». Nel kibbutz, le dosi stanno in cassaforte: «Non c’ è nessun costo per il paziente – spiega la dottoressa Sikorin -, perché il risparmio sui medicinali è grande. Questo è un grande dono della terra. E le case farmaceutiche non gradiscono…». C’ è anche un problema etico: non è troppo facile zittire i malati drogandoli? «Ah sì? È meglio farli fumare o siringarli d’ insulina? Chieda a questi anziani…». Nel fumoir c’ è Moshe, pittore-scrittore di 78 anni, sopravvissuto alla Shoah, convivente del Parkinson. «Tremava, straparlava…». Da sei mesi ha ripreso a disegnare con la china, legge libri. «Non riuscivo nemmeno a prendere un bicchiere d’ acqua», si ricorda: «Ora mi danzano le mani, le gambe, la testa! E parlo!». Sogna d’ esporre i quadri di questa sua nuova stagione: «Sa che mi rado da solo? Non lo facevo da anni!». Non vivrà molto, vivrà meglio: «Viva il fumo!»
20 ottobre 2011
Farmaci generici: troppi casi di confusione tra gli anziani
I farmaci generici tornano a infiammare la scena medica. A lanciare un primo ‘allarme è il presidente del sindacato autonomo Angelo Testa che afferma: “In Farmacia il cittadino, così come previsto dalla legge, viene informato del fatto che può avere il “marchio” e aggiungere di tasca la differenza o prendere l’equivalente e non aggiungere niente. Con le terapie croniche nell’arco dell’anno capita quindi che lo stesso paziente ritiri una identica molecola ogni mese e non necessariamente riceva l’ equivalente prodotto sempre dalla stessa azienda. Purtroppo – continua il leader dello Snami – ogni volta si rischia di ricevere una scatola di colore diverso”. Il risultato finale è che molti pazienti (soprattutto gli anziani e/o persone meno istruite) si confondono. il dottor Cosimo Dentizzi, geriatra, ad esempio segnala casi di coppie di anziani, entrambi sotto terapia antiipertensiva, che assumevano uno la terapia dell’altro perché nel tempo le avevano invertite per colore della confezione e grandezza della pastiglia. In altri casi ai pazienti succede di assumere due o tre volte la stessa terapia ignorando che di trattava dello stesso farmaco anche se in confezione completamente differente. Il tutto porta a gravi danni per la salute ed un cattivo controllo delle patologie, in maggior misura, quelle croniche. Come ci stiamo battendo contro lo smantellamento dell’assistenza sanitaria nel territorio – conclude Angelo Testa – così il nostro sindacato, in un’ottica di partecipazione alle problematiche dei pazienti, soprattutto con maggior attenzione ai più fragili ed indifesi, chiede alla parte pubblica di porre rimedio a questa e ad altre distorsioni del sistema”.
10 ottobre 2011
23 maggio 2011
Trattamento dell’osteoporosi nell’uomo in età avanzata
23/05/2011 – Solo recentemente il problema dell’osteoporosi nell’anziano di sesso maschile sta ricevendo la giusta considerazione da parte della comunità scientifica. Se, infatti, la riduzione di densità ossea è un fenomeno che riguarda in misura molto evidente le donne in età post-menopausale, bisogna sottolineare come anche gli uomini non siano estranei a questa patologia. Se ne parla in un lavoro apparso su Maturitas.1 Da questa review emerge come il 20% della popolazione interessata da un depauperamento patologico del tessuto minerale osseo sia costituito da uomini (dati statunitensi), che costituiscono anche il 30% del totale dei pazienti che vanno incontro a fratture coxo-femorali. Alcuni fattori di rischio per osteoporosi sono legati al genere: negli uomini over-50 sono per lo più l’età, il fumo, un basso peso corporeo e la scarsa attività fisica dovuta prevalentemente a limitazioni funzionali; indipendentemente dall’età, invece, entrano in gioco la perdita di peso, terapie cortisoniche prolungate e terapie di deprivazione androgenica. Comprendere se l’osteoporosi sia un fenomeno primario, legato all’età, o secondario, ad esempio dovuto a patologie, disordini alimentari o terapie, incide fortemente nelle scelte terapeutiche atte a contrastarla.
Quali, dunque, le possibilità terapeutiche disponibili per la popolazione maschile con osteoporosi? La supplementazione di testosterone non è raccomandata, nonostante possa avere effetti positivi soprattutto a livello della colonna (ma non dell’anca). I dati riguardanti altri approcci terapeutici sono poco numerosi, perché i trial clinici sono stati condotti per lo più sul sesso femminile. Tuttavia, alcune evidenze supportate da studi registrativi sono disponibili e costituiscono il background di supporto per i clinici. Alendronato è indicato dalle linee guida britanniche (NOGG) come trattamento di prima scelta, da sostituire con altri trattamenti in caso di mancanza di tollerabilità. I farmaci registrati negli Stati Uniti e in Europa per l’osteoporosi maschile comprendono risendronato, alendronato e acido zoledronico, a cui si aggiungono denusomab e teriparatide (PTH). Alcuni sono registrati solo negli Stati Uniti (risendronato, alendronato), altri solo in Europa (denusomab, PTH); solo l’acido zoledronico è approvato sia dalla FDA sia dall’EMA. Una corretta assunzione di calcio e vitamina D, i cui livelli raccomandati sono rispettivamente 1200 mg/die e 800 UI, è un passo essenziale per contrastare la comparsa di osteoporosi non solo nelle donne, ma anche negli uomini, sia nei soggetti over-50 sani sia in quelli già in trattamento per la malattia. La scelta terapeutica per il sesso maschile non è molto ampia e considerando i Paesi europei si può avvalere di poche molecole con diverse indicazioni.
Da più parti, perciò, si sottolinea l’esigenza di incrementare non solo i farmaci utili a questa fascia della popolazione, ma di condurre studi specifici che consentano di avere un quadro più completo e dettagliato delle problematiche osteo-scheletriche maschili legate al depauperamento minerale del tessuto osseo. I dati a tutt’oggi reperibili, infatti, sono focalizzati soprattutto sull’osteoporosi femminile, nei confronti della quale vi è un’ampia documentazione, che risulta invece molto carente non solo per gli uomini in generale, ma in particolare per i grandi anziani, ovvero i soggetti che sempre più entrano a far parte della collettività grazie all’allungamento della vita media.
Bibliografia
1. Gates BJ, Das S. Management of osteoporosis in elderly men. Maturitas 2011; doi:10.1016/j.maturitas.2011.03.009; in press.
8 marzo 2011
Lunga vita con gli antiossidanti della mela
I polifenoli della mela allungano la vita e ne migliorano la qualità.
“Una mela al giorno toglie il medico di torno”, chi non conosce questo vecchio detto? Probabilmente non c’è persona al mondo che non lo sa. E infatti, le virtù salutari di questo prezioso frutto vengono, ogni giorno di più, confermate da vari scienziati. Questa è la volta dei ricercatori della School of Life Sciences presso la Chinese University di Hong Kong, i quali hanno notato che gli antiossidanti presenti nella mela sono in grado di allungare la vita alle cavie.
Lo studio, pubblicato sull’ACS Journal of Agricultural and Food Chemistry e coordinato dal dottor Zhen-Yu Chen, mostra come queste preziose sostanze presenti nel frutto siano in grado di allungare anche la durata media della vita del 10 percento ai moscerini della frutta.
I ricercatori hanno infatti scoperto che i polifenoli e altri antiossidanti sono stati in grado di invertire i livelli di sostanze biochimiche che si trovano generalmente nei moscerini molto vecchi. Queste sostanze vengono adoperate in qualità di marcatori per comprendere il rischio di morte. Ma non solo, gli antiossidanti della mela hanno avuto anche altri effetti interessanti: hanno, per esempio, contribuito a preservare la loro capacità di camminare e arrampicarsi.
Questi risultati non sono nient’altro che una conferma di altri studi precedenti, come per esempio quello pubblicato American Journal of Clinical Nutrition che aveva evidenziato una diminuzione di malattie cardiovascolari nelle donne che consumavano spesso le mele. D’altronde è plausibile, visto che sono i radicali liberi le sostanze implicate nel processo di invecchiamento. E gli antiossidanti da anni vengono sfruttati per combatterli.
Nessuno studio, tuttavia, aveva esaminato con precisione l’effetto dei polifenoli della mela su modello animale o uomo. Solo uno studio aveva messo in evidenza la relazione tra succo concentrato di mela diluito in acqua con il miglioramento della performance cognitiva nei topi.
Ma le mele non sono l’unica fonte di antiossidanti, tutta la frutta verdura ne contengono in buona quantità. Quindi via libera a mele, ma anche pomodori, lamponi, succhi di frutta vari e tanto ancora.
[lm&sdp]
21 febbraio 2011
Ecco “Friends” coi capelli grigi
L’home sharing della terza età
Negli Usa è boom di agenzie specializzate che aiutano gli over 60 a trovare coinquilini per condividere l’affitto e darsi una mano a vicenda. Il fenomeno è diffuso anche in Europa e qualcosa si sta muovendo anche in Italia
di SARA FICOCELLI
SEMBRA il soggetto di un telefilm: quattro anziani che a malapena si conoscono decidono di vivere sotto lo stesso tetto per pagare affitto e bollette. La versione canuta di “Friends” è l’ultima novità della società americana. Over 60 divorziati, settantenni senza pensione, genitori che non possono contare sull’assistenza dei figli: che fine fanno, in un’America sopraffatta dalla crisi, queste persone? Uniscono le forze e dividono le spese. Dando vita a una tipologia di convivenza completamente nuova, più economica dell’ospizio e non meno funzionale. Il fenomeno è particolarmente diffuso negli Stati che più hanno subìto la crisi, New Jersey in testa. Qui esistono addirittura agenzie specializzate che aiutano gli over 60 a trovare coinquilini fidati e gradevoli.
Un po’ come è successo a Kane, 64enne divorziata, che dieci anni fa ha deciso di aprire la porta di casa ad anonimi sconosciuti in cambio di un contributo alle spese e di un po’ di compagnia. Un coinquilino dopo l’altro, la vita di Kane si è riempita di amici e persone su cui contare. “Dopo il divorzio avevo bisogno di una mano per pagare l’affitto – racconta alla Reuters – e da allora ho condiviso il mio appartamento con sette persone. Con tutti ho avuto splendidi rapporti di amicizia”.
In New Jersey la principale associazione che si occupa di affitti condivisi tra anziani è la Homesharing, Inc 1. Il servizio è gratuito, tutto si basa su lavoro volontario e donazioni spontanee. “Le richieste aumentano in continuazione, anno dopo anno – spiega il direttore esecutivo Renee Drell – ma il picco lo abbiamo registrato nel pieno della crisi economica”. Gli anziani in cerca di coinquilini negli ultimi due anni negli Usa sono aumentati del 19% e l’associazione è passata dai 1.610 clienti del 2009 ai 1.912 del 2010. Il richiedente-tipo è una donna divorziata tra i 50 e i 55 anni e le ragioni per cui si rivolge a servizi di Home Sharing sono prettamente economiche. Salvo, poi, trarne benefici sotto il profilo umano e psicologico. Come nel caso di Helen, 80 anni, che ospita in casa la signora Patty Milano, vedova di 54, e la madre di questa, ottantenne. “Mi danno 700 dollari al mese per due camere e l’uso condiviso di bagno e cucina – racconta – ma la cosa per me più preziosa è la loro compagnia”.
Non si tratta però di un fenomeno solo americano. Nella periferia di Londra, un gruppo di anziane stufe di vivere sole ha fondato la “Older Women CoHO”, una sorta di “comune” dove ogni inquilina ha un proprio mini appartamento ma divide con le altre le spese e gli spazi comuni. Non lontano da Vancouver, in Canada, una palazzina decadente è stata ristrutturata e trasformata in “casa delle generazioni”, dove famiglie e anziani convivono sotto lo stesso tetto, coltivando un orto biologico e gestendo spazi comuni. Il “cohousing”, così è stato ribattezzato l’universo di queste nuove forme di convivenza, è un fenomeno trasversale che interessa non solo gli anziani ma tutte quelle persone che, non più giovanissime, non ce la fanno a pagare un affitto da sole. Il fenomeno è nato in Danimarca verso la fine degli anni ’60 e poi si è espanso in Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi e Germania. Negli ultimi anni, complice la crisi, reti di associazioni sono spuntate anche in Usa, Canada, Australia e Giappone.
L’Italia è lontana dall’abbracciare questa mentalità ma negli ultimi anni qualcosa si è mosso anche qui, a cominciare dalla nascita della società di servizi Cohousing 2. Con riferimento agli anziani, l’anno scorso è partito il progetto “Abitare solidale”, promosso dalle associazioni Auser e Artemisia a Firenze, Bagno a Ripoli e Scandicci, che aiuta gli over 60 che hanno case grandi e pensioni scarne ad arrotondare ospitando per piccole cifre studente fuori sede, giovani coppie, lavoratori in trasferta, famiglie di immigrati o donne fuggite da un marito violento. Stesso principio alla base del progetto “Abitare insieme”, a Varese. A Imola è nato anche il “Condominio solidale”, una struttura dedicata a persone di terza età composta da 13 normalissimi mini appartamenti, in cui però vengono forniti sostegno umano e assistenza infermieristica. Un modo semplice per dare una mano agli anziani. Senza fargli perdere autonomia, libertà e voglia di vivere.
(20 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
20 luglio 2010
L’IMPORTANZA DELLA VITAMINA D PER GLI ANZIANI
27 maggio 2010
Sfilata di moda in casa di riposo
Sabato 29 maggio alle ore 20.30, presso la Casa Famiglia per anziani “E. Azzalin” di Inveruno (Milano), si terrà una sfilata di moda con abiti indossati dalle studentesse dell’istituto IPSIA “Giovanni Marcora”, sezione Tecnico della Moda. La scuola ha accolto l’invito proposto dalla Casa Famiglia di Inveruno a partecipare alla sedicesima edizione del “Maggio Senior”, proponendo un modo nuovo di didattica per il sociale, dando vita all’incontro intergenerazionale con il territorio e in particolare con le persone della terza età. Il tema scelto per la sfilata e per la musica di accompagnamento sono gli anni ’50 e ’60; i vestiti per la passerella sono stati prestati dai parenti e dagli ospiti della Casa Famiglia. La proposta didattica ha coinvolto le alunne che talvolta non conoscono la vita di una casa di riposo; l’incontro tra mondi così distanti potrà essere un momento di crescita personale e una possibilità di relazione significativa.
